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Il dramma dell’emigrante
Dalla fine del Settecento in poi viene delineandosi
l’emigrazione stagionale o temporanea; Intorno alla metà
dell’Ottocento l’emigrazione si espande per gran parte dell’Europa:
le principali mete sono la Francia, la Svizzera, il Belgio, la
Germania ma il fenomeno tocca anche l’Inghilterra, la Scozia e
persino la Svezia.
L’emigrazione verso la Francia, l’Inghilterra, la Scozia e la
Svizzera porta gli abitanti di Borghetto di Vara a piedi, con la
cassetta in spalla, a mo’ degli odierni “Vu cumprà”, ad attraversare
l’Appennino ed il tratto alpino in qualità di ambulanti —i mersà
.
Agli inizi del Novecento vede lo stabilizzarsi di interi nuclei
familiari che abbandonano la cassetta di legno o la valigia portata
sulle spalle ed aprono negozi di tessuti ed altre attività
commerciali.
Sempre in Francia altri contadini e braccianti prestano la loro
opera come boscaioli, raccoglitori di frutta, di tabacco,
scalpellini, carpentieri, muratori.
È soprattutto in seguito alle restrizioni imposte all’immigrazione
da parte degli Stati Uniti che cresce il numero degli emigranti
verso il Nord Europa ed il Sud America.
Ed è appunto dopo il primo conflitto mondiale, per proseguire poi
anche dopo il secondo, che ha luogo l’emigrazione di numerosi
Borghettini verso la Svizzera, il Belgio, la Germania.
Qui non incontriamo più ne ambulanti, ne commercianti, ma operai,
muratori e artigiani che lavorano alla costruzione di centrali,
gallerie, nelle miniere di carbone del Belgio o della Germania.
Dalla seconda metà dell’Ottocento in poi si registra il massiccio
esodo verso le Americhe, favorito dal mito del facile guadagno,
della sicura fortuna, favorito anche dagli interessi commerciali
delle numerose compagnie di navigazione
Nel nord America, gli uomini della Val di Vara non sempre
costruiscono grandi fortune, lavorano per vivere e qualunque
mestiere è possibile: si adoperano come boscaioli, nei cantieri
edilizi urbani, nei lavori di pulizie, o come agricoltori, minatori,
operai alla costruzione delle ferrovie, nei centri industriali.
L’emigrazione verso l’America Latina, già riscontrabile intorno alla
metà dell’Ottocento, si protrae fino al primo ventennio del
Novecento.
Le mete preferenziali dell’America Latina sono quelle che conducono
soprattutto verso l’Argentina, l’Uruguay ed il Cile; più sporadica è
invece la migrazione verso il Brasile, il Paraguay, il Perù e il
Venezuela.
Interi nuclei familiari approdano così in quelle terre immense che
necessitano di braccia per l’agricoltura, per l’allevamento, per
l’edilizia, si adoperano svolgendo i lavori più umili e faticosi,
lavori di pulizie, più frequentemente sono lavapiatti, ma poi, pian
piano, anche cuochi, sarti, gelatai, proprietari di ristoranti e
bar, impiegati, agenti di commercio e imprenditori, contribuendo
alla crescita culturale e allo sviluppo sociale e civile di quei
paesi.
Velia Bollentini,
nata il 27.05.1916 a Borghetto di Vara e residente a Cassana, ora
deceduta, emigrò in Argentina il 19 dicembre del 1949 partendo da
Genova.
“Sono emigrata perché mi era morta la mamma. A Buenos Aires
avevo mio fratello, che con una lettera, mi ha convinta a
raggiungerlo. Mi sono imbarcata sulla nave “Santa Fè” ed il viaggio
è durato diciassette giorni è stato molto bello e divertente”.
Per me era come se fossi rimasta in Italia ed ero più contenta
perché ero con mio fratello. Il 25 giugno del 1959 mi sono
sposata con un uomo di Cassana venuto in Argentina e dopo un anno ho
avuto un bambino. Ho trovato lavoro in uno stabilimento, dove sono
rimasta per sei anni, quindi sono entrata in una scuola come
bidella, lavoro che ho fatto per ben ventisei anni. Sono stata
fortunata, per me ne è valsa la pena e lo rifarei. Sono tornata in
Italia il 31 marzo deI 1981. Ho dovuto lasciare l’Argentina perché
mio figlio si era ammalato e mal sopportava il clima. Ho lasciato
per sempre l’Argentina e con grande commozione poiché ho dovuto
abbandonare tante amicizie. A un emigrante, dentro, viene a mancare
la felicità e la serenità».
Carlo Marletto
di Cassana (Borghetto Vara), nel 1948, parte per la prima volta
diretto alle miniere del Belgio. «Per andare a lavorare all’estero,
dice Carlo Marletto, occorreva fare la domanda alla Camera del
Lavoro; dopodichè si veniva chiamati a La Spezia per le visite
mediche preliminari (per accertare la sana e robusta costituzione).
Chi superava questo primo controllo doveva recarsi a Milano dove le
visite venivano rifatte, in maniera più approfondita, da un dottore
che rappresentava la società belga che gestiva le miniere. Ricordo
che qui a Cassana nessuno avrebbe creduto nella mia assunzione,
forse a causa della mia infanzia “malata”: invece risultai
perfettamente idoneo. Venivamo a quel punto smistati ed assegnati
alle varie miniere: io chiesi di essere inviato a Baticce, località
nelle vicinanze di Liegi, poiché là erano stati assegnati alcuni
miei compaesani e così sapevo di poter trovare qualche “volto
amico”. Dovetti insistere parecchio, perché mi dicevano che in
quella squadra erano già “beaucoup’ ma alla fine, con il
pretesto di dover consegnare dei prestiti ad un mio compaesano,
riuscii ad inserirmi. Su suggerimento di un emigrante rientrato in
patria, io ed i miei amici, a Milano, acquistammo cinquanta paia di
calze di nylon da donna, al prezzo di L. 200 il paio, portandole in
Belgio (speravamo di rivenderle ad un prezzo più alto)
Dopo un viaggio in treno, arrivammo a destinazione;le calze andarono
letteralmente a ruba tra le donne belghe che non le avevano quasi
mai viste, anche se la qualità lasciava un po’ a desiderare …ma noi
le proponevamo come le migliori me le migliori, di seta pura e chi
più ne ha è più ne metta..
Guadagnammo subito una discreta somma (100 lire il paio) che ci
avvantaggiò economicamente soprattutto nella prima settimana di
lavoro, allorchè i pagamenti si fecero desiderare.
Nei giorni seguenti arrivò qualche benevola, non più di tanto,
protesta da parte delle clienti donne, che inveivano: «Italiani!
Maccheroni! Fregato!» Alludevano alle calze che si erano, nel
frattempo, sfilate o bucate troppo precocemente... Maccheroni...
questo numeòggiu (appellativo dispregiativo) ci veniva
rivolto sovente.
Alloggiavamo in baracche, dormivamo in letti a castello, 4 per ogni
stanza; a mangiare ci si radunava nel salone della mensa. Si beveva
solo birra, perchè il vino aveva prezzi esorbitanti: del tutto
inutile fare una vita sacrificata in quel modo, per guadagnare
qualche franco, se poi lo si spendeva per il vino!
Le giornate lavorative erano di otto ore. All’inizio fui assegnato
al turno del mattino, poi.., in seguito... cercai di avere quello
notturno... (si lavorava ad un ritmo un po’ più lento!).
Scendevamo giù col montacarichi, diciassette alla volta. Il mio
lavoro consisteva nel caricare i cassoncini che poi venivano
agganciati e portati in superficie. Lavoravo come un matto... i
miei capi dicevano che riuscivo ad eseguire il lavoro di tre
uomini.., eh! Avevo una forza dell’altro mondo!... Quando i
vagoncini uscivano dalle rotaie, li tiravo su da solo.., con una
stanga!... Non c’era freddo, più giù si scendeva e più caldo faceva,
ma era un ambiente umido, malsano; si respirava tanta polvere di
carbone che si appiccicava dappertutto. Portavo gli stivali perchè
c’era acqua ovunque. La paga era di 1000 lire al giorno pulite.
Si faceva presto ad ammucchiare un po’ di soldi! Io ho sempre
risparmiato.
Lavoravo tutta la settimana e... alla domenica andavo ad aiutare i
contadini del posto a caricare e scaricare il fieno... mi
pagavano bene... 1500 lire al giorno.
Alcuni minatori si mettevano in malattia e andavano a fare questo
lavoro più redditizio, ma con il rischio di essere scoperti e
licenziati..
Il contratto durava un anno, così nel ‘49 sono rientrato in Italia.
Dopo un anno sono ripartito, ma questa seconda volta ho dovuto
rientrare prima della scadenza del contratto perché andavo incontro
a gravi problemi di salute, visto che avevo le ginocchia gonfie per
la troppa umidità.
Brano tratto da un volume scritto da Paolo De
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